Marino Parenti

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Nel 2006 il museo ha acquisito la donazione effettuata dalla signora Nada Parenti Cima, ovvero un corpus di 71 opere, prevalentemente schizzi e disegni eseguiti con diverse tecniche, dipinti a olio e alcune litografie e carte dattiloscritte. Il materiale, databile tra il 1917 e i primi anni Sessanta, segna il periodo in cui Marino Parenti, nato a Asola nel 1900, si afferma come intellettuale nel panorama dell’industria culturale italiana fra le due guerre, attraversando gli anni del fascismo e del dopoguerra, fino alla morte a Firenze nel 1963.
Intellettuale, bibliofilo, letterato, editore, critico radiofonico e collezionista, legato a un vasto ambiente culturale tra Milano, Roma e Firenze, Parenti non abbandona mai la passione artistica. Lui stesso dichiara che le sue aspirazioni si dividono tra gli studi letterari e la pittura: «Mi dedicai agli uni e all’altra; con sempre maggiore intensità ai primi; con sempre minore attività alla seconda».
Già dalla fine degli anni Venti si cimenta con il racconto illustrato, mostrando una spiccata vocazione al disegno umoristico, privo tuttavia dei contenuti più aggressivi. Allo stesso decennio risale un gruppo di volti maschili, che spaziano dal realismo quasi fotografico al recupero della tecnica ‘antica’ della xilografia, dal clima prossimo alla Nuova Oggettività alla scomposizione cubista.
La serie di disegni con figure femminili è collocata nel corso degli anni Trenta. Si tratta di immagini nitide, dagli effetti puramente lineari che richiamano la purezza di certe opere di Gino Severini.
La versatilità dei suoi riferimenti lo portano a usare procedimenti scompositivi dei volumi che presentano analogie con Giacomo Balla.
Il gruppo di paesaggi dipinti si divide in due momenti. Nel periodo da sfollato riecheggia l’eco non lontano dei bombardamenti con un’atmosfera di silenziosa e cupa solitudine, secondo un’attitudine naturalistica resa nel solco della tradizione ottocentesca lombarda che arriva fino a Arturo Tosi o a Pio Semeghini.
I paesaggi realizzati negli anni Cinquanta approdano invece a una visione assolutamente materica: nuova è la concezione del colore, denso, steso con pennellate che costruiscono, aggregano e s’addensano sulla tela, stipandola di sostanza cromatica, murando lo spazio e comprimendolo.