Lapidarium

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Sin dalla più alta antichità l’uomo ha identificato nella pietra un supporto durevole per l’espressione dei propri pensieri, siano essi affidati al dipinto, ai disegni graffiti o alle parole. L’utilizzo di questo materiale è evidentemente motivato dalla resistenza e dalla possibilità di conservarsi inalterato anche in luoghi aperti, pertanto viene impiegato soprattutto per la stesura di quei testi che si desidera rendere visibili in forma pubblica e permanente. Esempi di epigrafi latine a carattere piuttosto monumentale sono le due stele con lato superiore circolare (centinate) che dovevano, in coppia e forse associate ad altri monumenti, essere originariamente collegate alla sepoltura di famiglia della gens Atilia. La stele conservata in museo dedicata a Statia, per le dimensioni e per la scrittura adottata, è gemella dell’altra, collocata in fase di riutilizzo all’angolo della cattedrale di Sant’Andrea, visibile sul lato che si affaccia sulla piazza. Quest’ultima menziona tre figure femminili della stessa famiglia (Maxima, Suavis, Quarta), probabilmente sorelle, riunite insieme alla quarta (Statia) all’interno del medesimo monumento funerario. La seconda iscrizione, rinvenuta in località Palazzetto, ricorda la realizzazione di un impianto termale (balneum) costruito integralmente (a solo fecit: edificò a partire dalle fondamenta) da parte del cittadino Valentius Baebianus Junior durante il consolato di Nepotiano e Facundo (336 d.C.). Il mondo moderno ha ampiamente ereditato dall’antichità l’utilizzo della pietra per la redazione di documenti il cui carattere richiedesse un supporto duraturo, un’esposizione prolungata al pubblico in luoghi esterni in una forma monumentale: l’epigrafe dedicata nel 1755 da un certo Giacomo Marchionni per ricordare alcuni concittadini (Giovanni Rocci, G. Galeazzo Boccalini e Paolo Mangini) e il monumento funerario della famiglia dei Bertucii (Bertuzzi), voluto da Francesco per ospitarvi le ceneri del padre Lorenzo e del figlio Cristoforo.